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Titolo:Lacrime d'inchiostro su carta di riso

Autore:C. B. Speggiorin

ISBN 978 88 909525 3 1
Brossura fresata
11,90 €
91pagine

Descrizione:

Un inno per celebrare il misterioso intrecciarsi di incontri e di circostanze e di significati che, tutti i giorni, ci offre la possibilità di sperimentarci come essere umano tra gli esseri umani; nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte. È proprio questa la sfida: continuare ad aver fiducia nel destino anche quando pare intenzionato a toglierci tutto ciò che di bello e di buono abbiamo.

Non l’ottusa e bigotta sottomissione ad un qualcosa che potremmo definire “più grande di noi” ma l’accettazione consapevole di far parte noi stessi di “quel qualcosa di più grande”, come suo frammento infinitesimo.

 

Recensioni:

Si affezionava alle parole Alma. Diceva di avere con esse un rapporto viscerale, istintivo. Capitava che una le entrasse dentro, si amplificasse in una parte profonda di sé cui non sapeva bene dare un nome e diventasse così significativa che non poteva più farne a meno anche per mesi interi.

Una volta si affezionò alla parola rosso.

Le piaceva così tanto sentire come vibrava nella sua pancia quella parola che si convinse indicasse un suono e non un colore. Tutto allora divenne musicalmente rosso: il vento del nord che soffiava prima della tempesta era rosso violino, i passi incalzanti che calpestavano la metropolitana erano rossi di tango, era rosso il sospiro del mare quando la notte si gonfiava di onde e rosso era anche il silenzio che, per sua natura, conteneva tutti i suoni del mondo in forma potenziale.

Un’altra volta si affezionò alla parola sabbia perché le procurava una piacevole sensazione epidermica che lei definiva primitiva.

In quei mesi nutrì la convinzione di essere la reincarnazione di una donna del Sahara. Le sue parole subirono un processo di desertificazione e chi le ascoltava, poteva sentire la voce di Alma diventare sabbia che scivola sulla propria pelle.

Erano di sabbia le carezze di cui aveva nostalgia perché la mancanza le procurava quel non so che di appena ruvido sotto la pelle.

Di sabbia erano i pensieri, quelli che le colmavano la testa per poi lasciarla vuota, quelli che non si facevano catturare.

Di sabbia erano gli abbracci che le avevano levigato la pelle dell’anima e tutti i tessuti che non la facevano sudare lasciandole, però, una leggera irritazione sulla schiena.

Di sabbia erano i timbri di voce che la facevano sussultare o il gusto forte di certi vini che le graffiavano il palato.

Di sabbia divenne lei stessa per un intero giorno.

Quel mattino disse di sentirsi un’unità composta da una miriade infinitesimale di frammenti e non parlò per tutto il pomeriggio. Giunta poi la sera, con un filo di voce, raccontò che Dio le aveva sputato in faccia. Dapprima si arrabbiò per quel gesto ma poi s’illuminò di mistero e andò predicando la Genesi per circa un mese. Ogni tanto aggiungeva con ironia: «Così Dio plasmò l’uomo: prese un pugno di sabbia e lo amalgamò con la saliva! Ci tiene insieme uno sputo… ecco perché siamo tanto fragili» alludeva alla delicatezza di quei confini psichici che lei oltrepassava al di là della consapevolezza. Non sapeva come mai, le capitava e basta. Passava da una dimensione concreta a una più sottile, sensibile… erano istanti, come dei vuoti di tempo, e ne riemergeva con una qualche nuova convinzione o riflessione o intuizione.

Un’altra volta invece si affezionò alla parola velluto perché, nel pronunciarla, sentiva una spinta discendente lungo tutto il suo asse verticale. Si sentiva intimamente connessa al concetto di forza di gravità o al fiducioso abbandonarsi al destino.

Tutto ciò che scivolava dolcemente era velluto, tutto ciò che provocava una leggera vertigine era velluto e anche gli occhi dell’uomo di cui s’innamorò erano di nero velluto perché cadevano a guardarla proprio là, dove lei non si era mai vista, in quelle terre di confine che non aveva mai osato abitare.

Non che non sapesse di averle, semplicemente le facevano paura.

Allegati: