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Titolo:L'ombra di Luca

Autore:Cristina Biolcati

ISBN 978 88 909525 0 0
Brossura fresata
11,90 €
80 pagine

Descrizione:


«È la vita, signor Joy, che ci rende genitori. Sono le circostanze. Le faccio un esempio. Ho una gatta ormai anziana, sterilizzata in giovane età. Quando il nostro cane, suo compagno di una vita, si è ammalato lei si è seduta vicino alla sua cuccia e lo ha vegliato per due giorni. Quella era una madre, signor Joy.»


 


 

Recensioni:

Michele mi chiamò mentre stavo correggendo i compiti degli alunni, seduta al tavolo del refettorio.

«Tu lo sai maestra» mi chiese, con quella vocina squillante, «che cosa vuole dire “famiglia”?».

Mi guardò con occhio interrogativo e si sedette accanto a me, per farmi capire che voleva assolutamente avere una risposta.

«Dove hai sentito questa parola, Michele ?» gli chiesi.

«L'ha detta Suor Anna» rispose. «Ha detto che presto verranno delle persone a prendere Lucio, e che lui avrà una nuova famiglia».

Rimasi di sale e feci appello a tutte le mie risorse per cercare di apparire tranquilla. Non dovevo cedere a quella tenerezza infinita che mi prendeva ogni volta che parlavo con lui.

Non aveva mai avuto una famiglia Michele, almeno, non una d'origine. Suor Anna lo aveva trovato sei anni prima davanti alla  porta dell'Istituto, avvolto in una coperta. Doveva avere appena qualche giorno di vita. Non sembrava malnutrito, era solo debole perché aveva pianto tanto. Lo aveva accolto insieme agli altri bambini che ospitava e aveva deciso di dargli un nome, Michele, come il fratello che aveva perso da giovane. Quando iniziai a lavorare per Suor Anna, il piccolo aveva già quattro anni e, nonostante le ricerche, nessuno era mai venuto a chiedere di lui.

Era un bimbo molto intelligente, sveglio e sensibile. Non so se fosse felice con noi perché rideva di rado, però aveva coetanei con cui giocare, era bravo a scuola e mi raccoglieva sempre mazzi di fiori. Andava a prenderli oltre il giardino, vicino al portone d'ingresso. Sfidava mille insidie e una volta era persino caduto in un fossato di ortiche, ma mi aveva detto di non preoccuparmi perché, anche se era tutto gonfio, lui non sentiva dolore. Era un bambino coraggioso, abituato a badare a se stesso.

«Vedi Michele» gli dissi «quando pensi a una famiglia, devi farti davanti una stanza molto accogliente».

Lui mi guardava perplesso, mentre io avevo preso a disegnare sopra un foglio bianco.

«È come entrare in una stanza ben riscaldata, quando è inverno e fuori fa freddo».

«Come quando andiamo a messa e passiamo per quel corridoio freddo, maestra ?».

«Sì Michele, esattamente».

Gli occhi chiari, spalancati. Furbi e attenti, che non perdonano incertezze. Girai il foglio e gli feci vedere ciò che avevo realizzato.

«Le poltrone sono i nonni», la mia voce era ferma, lui mi seguiva interessato «Sempre pronti ad accoglierci, a proteggerci e ad avvolgerci nel loro abbraccio. Poi c'è il papà, che possiamo identificare nella libreria. Alto, robusto, un vero e proprio pilastro al quale tutta la famiglia può appoggiarsi. Intelligente, sa sempre tutto. A lui possiamo chiedere qualunque cosa. Il tavolo è la mamma. È l'elemento essenziale della casa. Intorno a lei ruota tutta la vita della famiglia. La mamma è solida e coraggiosa. È in grado di mandare avanti la casa anche da sola, quando è necessario. Ma al tempo stesso è esile, fragile e ha bisogno dell'amore del marito e dell'affetto dei figli. I bambini sono le seggiole, sempre vicini alla mamma. Dipendono da lei in tutto, hanno bisogno del suo costante contatto, delle sue carezze. Tutto ciò che sta all'esterno della stanza è il mondo, che non ha niente a che vedere con la famiglia in sé. Però c'è ed è lì e noi dobbiamo imparare a conviverci».

E poi ci sono le persone cattive, come coloro che ti hanno abbandonato e allora bisogna difendersi. Questo lo pensai, ma non glielo dissi.

Forse, fra qualche giorno, Michele avrebbe detto a Suor Anna che una sedia di nome Lucio andava a vivere in una nuova casa con un tavolo e una libreria, ma io sapevo che era un bambino molto intelligente. Ero certa che avesse capito il senso delle mie parole.

Ebbi la conferma quando, terminati i compiti, mi alzai. Si era fatto tardi. A casa mi attendevano per la cena.

«Vai a casa, maestra ?» mi chiese.

«Sì Michele»  risposi «ci vediamo domani».

In silenzio andò a sistemarsi sulla sedia che avevo lasciata vuota, tirò a sé quella vicina ed appoggiò la testa sul tavolo. In seguito dovette veramente avvertire quel tepore di cui gli avevo parlato, perché chiuse gli occhi e decise di abbandonarsi ad un sonno profondo.

Allegati: