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Dizionario di Filosofia buddista

Autore:Alessandro Del Genio

ISBN: 978-88-906104-8-6
BROSSURA, 135 pagine
Prezzo: 13,50€ 

Descrizione:

Il “Dizionario di filosofia buddista” favorisce il contatto con una delle massime religioni indoeuropee orientali. Il testo introduce alle specifiche Sacre Scritture ed alla dottrina prevalente del sistema della Via Superiore (Mahāyāna: “grande veicolo”). Con le molte riflessioni suddivise in vocaboli, vengono indicati gli insegnamenti, i personaggi famosi e la pratica della meditazione. Non mancano i riferimenti al buddismo classico delle grandi scuole della Via Inferiore (il “piccolo veicolo”: Hīnayāna) e le analogie con la psicologia, la spiritualità cristiana e induista.

 

Recensioni:

   Le armi portano la paura nel mondo, e la paura porta la violenza. Che quantità di violenza d’ogni genere c’è nel mondo! Vediamo gli uomini agitarsi e lottare disperatamente come pesci in uno stagno che si va rapidamente prosciugando. Gli oggetti della brama degli uomini non sono mai abbastanza. Mentre di uomini e di brama umana ce n’è sempre di più. Non è un problema di minor conto che si possa risolvere con delle riforme. È una contraddizione fondamentale che può portare solo all’orrore di un crescente conflitto[1].

   Il buddismo incoraggia il miglioramento delle condizioni materiali, ma insiste fortemente sullo sviluppo morale e spirituale per una società felice, pacifica e soddisfatta. Il buddismo chiaramente non accetta la posizione secondo la quale i potenti e vittoriosi sono “giusti” ed i deboli e sconfitti sono “ingiusti[2]”. Il precetto di non-nuocere implica innanzi tutto l’obbligo specifico di non uccidere qualsiasi forma di vita, ma anche quello più generale di non offendere con parole, gesti, atteggiamenti che, seppur indirettamente, possano colpire qualche essere vivente. Questa compassione attiva (in tedesco Mitleiden: capacità di partecipare ai dolori altrui) si può avere anche per qualcuno che, al momento presente, ci odia e ci danneggia, se si pensa che egli soffre per il suo stato d’animo attuale e soffrirà ancor di più per le conseguenze future di questo stato d’animo.

   A tutto ciò, se si applica la capacità di cogliere le distinzioni senza condurre a un comportamento discriminante (Upekkhā: equanimità, imparzialità), fa sì che la compassione passi dal prendersi cura delle proprie sofferenze ad occuparsi di quelle altrui, fino ad includere le afflizioni dei nemici.

   Non ci sono solo motivi di dolore da condividere, né soltanto di gioia e si corre il rischio di cadere nella dispersione e nell’inefficacia, in generale, quindi, le tendenze particolaristiche non sono ristrette nello spazio e nel tempo, vale a dire non partecipano alle gioie e alle sofferenze solo di qualcuno e solo al presente ma di quelle passate, ad esempio.

   Nel lavoro di perfezionamento morale va evitato il pericolo di cadere nell’eccesso in cui si produce una condizione di bontà cieca, tracciando un ideale equilibrio come possibile armonia con la Saggezza (Paññā, in lingua pali; Prajñā in sanscrito) senza che anch’essa produca, nell’eccesso, una condizione di intelligenza cinica, scettica. Si possono ottenere profondi e vasti benefici persino dalla corretta e costante pratica dei primi livelli meditativi che, inducendo a coltivare una sempre maggiore attenzione alle cose, agli eventi e alle azioni, produce effetti che trasformano la qualità della conoscenza e, nello stesso tempo, la qualità del comportamento: contribuiscono, in altri termini, a realizzare quell’intreccio tra Saggezza e Compassione che costituisce l’asse portante dell’etica buddista[3].



[1] Cfr. S. Rice, Il Buddha parla qui ed ora, Roma, 1993, p. 91.

[2] Cfr. W. Rahula, L’insegnamento del Buddha, Roma, 1996, p. 102.

[3] Cfr. G. Pasqualotto, Il Buddhismo, Milano, 2003, pp. 21, 27-30, 41. 

Allegati: